Da Kandinsky a Pollock: la grande arte dei Guggenheim a Palazzo Strozzi

Se passate dalle parti di Firenze avete tempo fino al 24 luglio per visitare la mostra “Da Kandinsky a Pollock – La grande arte dei Guggenheim”, a Palazzo Strozzi.
L’esposizione è un viaggio tra astrattismo, espressionismo astratto e avanguardie, presenta oltre 100 opere dell’arte europea e americana tra gli anni Venti e Sessanta del Novecento, provenienti dalle collezioni di Solomon e Peggy Guggenheim.
Lungi da me volervi impartire una lezione di storia dell’arte, piuttosto vi segnalo il generosissimo sito di Palazzo Strozzi che mette a disposizione un pdf con le informazioni su ciascuna delle opere esposte e il sito della Fondazione Guggenheim per chi volesse approfondirne la storia.
Veniamo al sodo, cioè le impressioni di una comunissima visitatrice appassionata e tendente all’entusiasmo facile, a cui la mostra ha lasciato sensazioni bellissime che devono essere assolutamente raccontate.
I punti di forza di questa mostra sono tanti, primo tra tutti quello di offrire la possibilità di ammirare capolavori dei Guggenheim di New York e Venezia, in una selezione di opere piuttosto accurata che permette di apprezzare nel suo complesso lo spirito visionario e il gusto pionieristico dei due collezionisti.
Il percorso espositivo è molto variegato e segue un criterio cronologico abbastanza intuitivo: questo comporta in alcuni casi la separazione di diversi lavori di uno stesso artista, eseguiti a distanza di tempo. Per quanto possa essere disorientante ritrovare in sale diverse Jean Dubuffet o Lucio Fontana, ritengo che creare un percorso cronologico sia utile ad apprezzare meglio il contesto di più ampio respiro in cui ciascuno di questi artisti operava. Per altri artisti la scelta è stata esattamente contraria, volta a far risaltare l’evoluzione stilistica del singolo: mi riferisco in particolare alle sale dedicate a Jackson Pollock e Mark Rothko.
Il percorso di visita si apre con Curva dominante di Kandinsky:

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Curva dominante – Vasily Kandinsky, 1936

L’impatto visivo di quest’opera, con i suoi colori brillanti, è talmente efficace che non mi stupisce che sia stata scelta per la locandina di presentazione e che sia stata riprodotta sui biglietti: rende immediatamente l’idea di un percorso incentrato su un’arte avanguardista, un’arte di rottura, che ha nell’uso del colore e nella disgregazione delle forme la sua quintessenza.
L’altra opera che ha catturato la mia attenzione, nonostante una grave pecca nell’esposizione, è Uccello nello spazio di Brancusi:

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Uccello nello spazio – Constantin Brancusi, 1932-1940

Se ci siete già stati e non doveste averla notata – o se l’aveste associata ad un qualche strano tipo di tubo di condotta – non ve ne faccio una colpa e anzi vi do ragione, se invece aveste voglia di visitare la mostra vi prego di fare caso all’angolino poco illuminato della parete di sinistra della prima sala: è un’opera che francamente avrebbe meritato  di essere collocata al centro dello spazio, con un’illuminazione adeguata che realizzasse quell’effetto di smaterializzazione delle forme che l’artista ha cercato nell’ottone dorato. Ci tengo a precisare che si tratta davvero dell’unica pecca espositiva, perché per il resto le opere risultano molto valorizzate.
Ora arriva quel momento in cui la mia visione storico-artistica si appanna completamente e mi abbandono ai sentimentalismi, perché vedere Pollock dal vivo ha su di me un effetto da Sindrome di Stendhal.
L’allestimento della sala a lui dedicata è davvero ben pensato, mette in evidenza il suo percorso artistico dalle grandi tele concepite ancora come pittura nel senso tradizionale del termine – la punta del pennello a contatto con la tela – , alle serigrafie in cui grandi gocce di inchiostro nero si espandono su carta lasciando ancora intravedere un residuo di figurazione, fino ad approdare ai drip paintings,  le celebri tele sgocciolate che segnano gli albori dell’action painting.

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Sentieri ondulati – Jackson Pollock, 1956

Immaginate di vedere Pollock danzare attorno alla tela poggiata sul pavimento, con in mano un pennello intriso di colore che registra tutti i suoi movimenti in sottili tracce e pesanti gocce, i disordini della sua testa che soltanto così trovano un perfetto equilibrio.
Vi assicuro che osservandoli da vicino si ha la netta sensazione di venire avviluppati da quel groviglio di segni e di essere trascinati dentro la superficie del quadro, che era esattamente lo scopo di una pittura di dimensione ambientale.
Altro pregio di questo percorso espositivo è quello di accostare ai nomi eccezionalmente noti, altri nomi di artisti meno famosi che tuttavia hanno avuto il merito di portare avanti la loro ricerca coloristica nell’ambito dell’espressionismo astratto.
Tra questi segnalerei Sam Francis, con un lavoro decisamente affascinante e dai colori ipnotici:

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Risplendente  – Sam Francis, 1958

Anche l’Italia ha il vanto di essere rappresentata nelle collezioni Guggenheim da diversi artisti e se non dovreste notare la scultura di Giacometti nella prima sala, sicuramente farete caso a Bianco B di Alberto Burri e ai famosi Buchi di Lucio Fontana.
Sono le due personalità artistiche più significative del secondo dopoguerra in Italia e hanno avuto il merito di compiere una manipolazione sulla materia in due direzioni diametralmente opposte, che tuttavia si incontrano nella comune volontà di negare la superficie del quadro e di andare oltre, verso un superamento del concetto stesso di materia.

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Bianco B – Alberto Burri, 1965

Burri infligge una lacerazione quasi dolorosa alla sua plastica, mentre Fontana è molto meno drammatico nel bucare la sua tela: personalmente non mi sono messa l’anima in pace davanti ai Buchi, perché la ricerca spaziale di Fontana non aveva ancora raggiunto la perfezione formale dei Tagli, ma chi ha pazienza solitamente viene ricompensato…più o meno.
Proseguendo il percorso di visita mi soffermerei sull’altro allestimento davvero mirabile di questa mostra: sto parlando della sala dedicata a Mark Rothko, con pareti nere e completamente immersa nel buio, le luci dirette ad illuminare soltanto le tele in maniera quasi violenta.
Ora non prendetemi per pazza se vi dico che la pittura delle tele di Rothko ha davvero una qualità vibrante ed espansiva: se vi mettete esattamente davanti ad un suo quadro, vi sentirete immersi nella dimensione ambientale del colore, che si espande oltre i confini imposti dalla pennellata. Un allestimento così intelligente contribuisce decisamente ad amplificare la sensazione:

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Senza titolo (Rosso) – Mark Rothko, 1968

Una volta usciti dalla sala vi sentirete completamente storditi e intontiti per il passaggio dal buio ad una luce al neon accecante, ma ne sarà valsa la pena.
L’ultima sala è ingombrata da un immenso Lichtenstein che rischiava di distrarmi dalla vera perla – almeno a mio parere – qui presente: meritava un posto d’onore, ma forse trovarselo davanti all’improvviso ha contribuito all’effetto Stendhal di cui sopra.
Concetto spaziale, in tutta la sua austera eleganza:

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Concetto spaziale, Attese – Lucio Fontana, 1965

Se amate Fontana capirete il mio entusiasmo, se invece lo detestate le mie parole non potranno fare nulla per convincervi. Ne approfitto per chiedere umilmente perdono alla mia adorata professoressa di storia dell’arte del liceo, con cui ebbi un acceso dibattito sull’impossibilità di considerare arte l’arte contemporanea.
Poi ho avuto più occasioni di vedere lavori di Fontana dal vivo e molte cose sono cambiate da allora. Riprodotti su carta non fanno lo stesso effetto, perché poter guardare realmente attraverso la tela e scoprire la dimensione spaziale al di là della superficie pittorica è un’esperienza che si può fare soltanto di persona. E vi suggerisco di tentare, perché potrebbe sempre venirvi voglia di cambiare idea – come ho fatto io – e di finire perfino a studiare storia dell’arte contemporanea.

2 risposte a "Da Kandinsky a Pollock: la grande arte dei Guggenheim a Palazzo Strozzi"

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