Anish Kapoor al MACRO: tra realtà viscerale e smaterializzazione

Si avvia alla chiusura la mostra di Anish Kapoor al MACRO di Roma: l’artista di origini indiane, considerato uno dei protagonisti della scena contemporanea, torna ad esporre in un museo italiano dopo oltre dieci anni, in una rassegna curata da Mario Codognato, che raccoglie trenta delle sue opere. La mostra è una testimonianza della ricerca artistica di Kapoor, sia in ambito formale che concettuale, e mira ad affrontare i problemi posti dalla materia, dalla percezione, dalla metafora.

La maggior parte dei lavori esposti indaga il tema della corporeità nel suo aspetto più crudo e primordiale, senza la sublimazione della forma: sono agglomerati di silicone intriso di pigmento rosso, che fingono di essere carne sanguinolenta. Questa materia pulsante, che si trova ad uno stato embrionale, ha un forte impatto visivo, tanto da poter suscitare perfino il disgusto dello spettatore. Ad ogni modo, l’aspetto più inquietante resta il concetto che – letteralmente – striscia tra le cavità di queste opere: l’artista scarnifica le superfici, facendone emergere le viscere. Così facendo, mostra la dialettica esistente tra un corpo che possiede una forma, ma si è lasciato logorare, e una materia inerte che contiene quella forma soltanto in potenza, ma lotta per venire fuori.

A tal proposito, si segnalano tre lavori che costringono lo spettatore ad un brutale confronto con la materia viscida e ribollente che può celarsi sotto la superficie di un’opera d’arte. Il primo è Flayed II (Scorticato II), in cui la “pelle” dell’opera viene prepotentemente tirata via, rivelandone le interiora.

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Flayed II, 2016 – Silicone, pigmento e juta su tavola.

In-form gioca sull’ambiguità del titolo, traducibile sia con “Informe” che “Dentro-la-forma”, offrendo un’ispezione molto ravvicinata nell’indistinto che dimora sotto la superficie.

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In-Form (particolare), 2015 – Silicone e pigmento.

La terza opera è Inner Stuff (Materia interiore), che lascia fuoriuscire un coagulo di materia viva dal supporto, una tela di un candore immacolato, ma ridotta a brandelli.

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Inner Stuff, 2012 – Silicone, pigmento e tela.

La dialettica tra materia informe e tensione verso la forma non è l’unica opposizione che anima la ricerca artistica di Kapoor. Accanto a lavori dotati di un’ingombrante presenza fisica, in cui domina la sensualità di una materia che è al tempo stesso attraente e repellente, si trovano opere decisamente più concettuali, che indagano la relazione tra lo spettatore e lo spazio che lo circonda.

Senza dubbio degno di nota è Mirror, Black to Red (Specchio, da Nero a Rosso), uno specchio concavo dipinto con una vernice cangiante molto lucida, capace di alterare la percezione dello spazio reale, tanto che lo spettatore sente di non essere più situato in un punto ben riconoscibile, ma di essere immerso in uno spazio virtuale in espansione.

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Mirror (Black to Red), 2016 – Alluminio e pittura

Un’ultima menzione per Corner disappearing into itself (Angolo che scompare in se stesso), opera costituita da tre lastre convesse di vetroresina, rivestite in foglia d’oro, addossata ad un angolo della sala espositiva: questo lavoro mette in relazione pieni “materiali” e vuoti “immateriali”, annulla la tridimensionalità spaziale dell’angolo “reale”, dissolvendola nella luce che riflette se stessa, all’infinito.

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Corner disappearing into itself (particolare), 2015 – Vetroresina e oro.

Le opere di Kapoor richiedono allo spettatore il coraggio di confrontarsi con una realtà cruda, mutevole, priva di punti di riferimenti stabili e colma di evidenze inquietanti: la mostra ne offre una panoramica esaustiva, in un allestimento che lascia sufficiente respiro ad ogni singola opera, ma è anche in grado di raccordarle tutte, rispettando il principio di continuità della ricerca artistica.

Per visitare la mostra di Anish Kapoor, alla sede del MACRO di Via Nizza, c’è tempo fino al 17 aprile 2017.

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