Jérôme Duprat – La rappresentabilità dell’infinito

La ricerca artistica di Jérôme Duprat si muove con sicurezza sul filo teso tra la tensione concettuale e l’aspirazione al bello: l’equilibrio che raggiunge è provocatorio, pericoloso, ma mai precario.
Nel suo lavoro la qualità estetica è necessaria tanto quanto la profondità intellettuale ed il suo sforzo è tutto mirato a mantenere l’opera in una posizione equidistante tra queste due polarità. Il bello, messo in discussione e talvolta perfino osteggiato in molte opere d’arte contemporanea, è ancora una priorità per Duprat, purché non si traduca in una mera tendenza al decorativo, all’oggetto di design.

Il suo approccio è intuitivo, istintuale e mira ad accedere a uno spazio di conoscenza universale non troppo focalizzato sul raziocinio, bensì su un substrato di saperi depositati sotto la coscienza. “Il mio sapere è il non sapere” afferma “Molte delle cose che faccio sono più forti di me”. Emblematica in tal senso è la sua tavola da lavoro, che porta i segni derivati dall’esecuzione delle opere e che è stata riquadrata, per ricavarne opere “in negativo”: sono come delle fotografie del subcosciente, una selezione di natura estetica operata su un oggetto che è il prodotto di un automatismo, di una casualità, di una spontaneità non pensata.

Questo modus operandi si manifesta esplicitamente in opere come questa, in cui placche di alluminio o zinco vengono manipolate a distanza, soltanto tramite il fuoco, senza alcun intervento diretto sul materiale. L’artista si ritaglia così uno spazio di aleatorietà in un mondo governato da un meccanismo binario: pur indirizzando il proprio gesto e pur potendo prevedere a grandi linee il risultato che otterrà, c’è una percentuale di incertezza, c’è la componente del “forse” ad interferire con il suo operato artistico. L’imprevedibilità si traduce anche nel rischio di compromettere completamente il proprio lavoro: non esiste una regola precisa che indichi quanto tempo occorre al fuoco per interagire con la materia perché il risultato sia degno di interesse e questo può comportare la distruzione irreversibile dell’opera.

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Una componente di aleatorietà si riscontra anche nei materiali utilizzati, quasi sempre di recupero, come se fossero degli incidenti, degli incontri casuali. Nella scelta di restituire una seconda vita ad un materiale di scarto, donandogli una nuova forma, è intrinseca la profonda convinzione che l’intera esistenza sia un ciclo di continuo rinnovamento, maturata dall’approccio alla filosofia buddista. Non è un caso che il suo materiale prediletto sia il legno, in quanto non cessa mai di essere una materia viva, pur nell’immobilità della forma.

L’universo per Duprat è una rete di connessioni ma la sua immensità, in quanto tale, è irrappresentabile. Per questo motivo l’artista sceglie di trattare la complessità dell’universo in una scala a misura d’uomo, l’infinitesimale.
Nel suo lavoro si lascia suggestionare dalla teoria dei frattali: in natura esistono strutture autosomiglianti, cioè strutture che presentano caratteristiche identiche a qualunque livello di dettaglio vengano ingrandite. Questo gli permette di rappresentare l’infinitamente grande anche nell’infinitamente piccolo.

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22851847_10154337867089229_8349891646436163740_n.jpgI suoi mandala sono una visualizzazione “in scala” della complessità dell’universo, costituiscono un microcosmo in cui rende visibile l’energia che lega tra loro le singole monadi. Il punto è l’origine della linea, ogni singolo punto rappresenta una potenzialità, mentre il cerchio rappresenta l’unica figura geometrica in grado di rappresentare visivamente l’infinito.

La ricerca artistica di Duprat è dunque essa stessa un raffinato microcosmo, in cui i diversi percorsi sono autonomi e tuttavia interconnessi, tenuti insieme dal paradosso della rappresentabilità dell’infinito e da una continua tensione tra una visione scientifica e un approccio spontaneamente filosofico.

 

Il sito personale di Jérôme Duprat è http://www.jeromeduprat.com

 

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